16 GENNAIO, ORE 10:00 sabato

Questa mattina la sveglia non è suonata. A svegliarmi è stata la luce brillante che ha oltrepassato le persiane ancora chiuse: una luce bianca, quasi calda. Per qualche passata abitudine mi sembra sempre strano, d’inverno, alzarmi quando fuori è già chiaro. Penso subito di essere in ritardo per il lavoro o per l’inizio della scuola, di dovermi vestire in fretta e correre a chiamare mio figlio. Poi vedo mia moglie ancora sdraiata vicino a me: non ho dormito troppo, oggi è sabato e possiamo concederci qualche ora in più di riposo.

Ci alziamo che il sole è già alto. Il nuovo giorno ha portato con sé un’aria meno fredda e un cielo decisamente più lucente e nitido rispetto a quello delle settimane scorse. Quattro – cinque gradi sopra lo zero alle dieci di mattina non sono certo sufficienti per far sperare che la primavera sia ormai alle porte ma bastano quel tanto per desiderare di stare un po’ all’aperto e godere della bella giornata. Anche Filippo sembra impaziente e la voglia di uscire vince sulla sua solita pigrizia mattutina.

Appena dopo colazione siamo giù sull’uscio di casa. La brina della notte si è asciugata da un pezzo e l’erba del vialetto brilla mentre la neve accumulata negli angoli più ombrosi del giardino sta iniziando a sciogliersi in una rete di rigagnoli terrosi. Che oggi è sabato lo si intuisce anche solo osservando le strade del centro, attraversate da un via vai di gente che gironzola con l’andatura tranquilla. C’è chi sbircia tra le vetrine dei negozi, ci sono bambini che giocano tra le pozzanghere mentre qualche turista scatta foto agli edifici storici. Dietro le vetrate appannate dei bar i vecchi del paese sfogliano il giornale occupando i soliti tavolini. Chiacchierano a voce alta, si scambiano opinioni e previsioni sul tempo.

Noi decidiamo di percorrere tutto il corso centrale per fare tappa nella panetteria appena dopo la piazza. È sempre molto frequentata per le sue focacce buonissime, che compriamo insieme a qualche biscotto alle noci da mangiare più tardi: tempo fa avevo promesso a mio figlio che appena sarebbe stato possibile lo avrei portato a vedere una fattoria con gli animali poco distante dal paese e ora reclama con insistenza perché mantenga fede alle mie parole.

Così ci dirigiamo di buon passo verso la fine dell’abitato, dove le case cominciano a diradarsi lasciando spazio ai campi e ai boschi e la strada asfaltata prende il posto del selciato in pietra ocra. Molti sentieri si aprono all’improvviso in tutte le direzioni. Subito ne imbocchiamo uno sulla destra, che scende dolcemente solcando la circonferenza della collina. Il leggero movimento dell’aria basta per asciugare il sudore che si forma mentre attraversiamo i tratti assolati. Filippo si è tolto la sciarpa provocando il dissenso in sua madre: “ti ammali così, ti verrà il mal di gola”, ma lui è troppo emozionato per ascoltarla. È la felicità portata su due gambette gracili ma instancabili. Salta di qua e di là osservando ogni cosa, vuole sapere delle abitudini degli animali e chiede il nome di tutte le piante che incontra. Fare lunghe gite in campagna era una delle gioie più attese delle mie vacanze d’infanzia, così mi accorgo con soddisfazione di riconoscere ancora ognuno di quegli arbusti e con orgoglio ne scandisco il nome.
Un tappeto di foglie cadute ricopre il sentiero e a ogni passo fa scivolare le suole delle scarpe. Rilascia un forte odore di umidità, reso particolarmente intenso dalla pioggia dei giorni scorsi. Si spande dal suolo e dai mucchi di legna accatastati, riempie le narici e impregna i vestiti. Dopo non molto che camminiamo si assopiscono anche gli ultimi rumori del paese. Ormai a scandire la nostra marcia è solo lo scricchiolio dei rami secchi che si spezzano sotto i piedi e il canto degli uccelli che volano via al nostro passaggio. “Che senso di pace”, penso.

L’erba intorno ai campi è bassa e ingiallita dal freddo e tutto il paesaggio è ancora stretto nel lungo abbraccio dell’inverno che concede riposo alle piante e agli animali. Perfino il torrente è in secca. Dopo quasi un’ora di strada ci sediamo su alcuni grossi sassi intiepiditi dal sole per riposarci e mangiare qualche pezzo di focaccia. Nel termos abbiamo del tè caldo. Cristina lo versa nelle tazze che è ancora fumante e così possiamo scaldarci le mani e la gola. In alto il cielo brilla di un azzurro intenso e gli aerei luccicano colpiti dalla luce del sole. Li guardiamo attraversare l’orizzonte e facciamo a gara a chi li indica per primo. “Quello secondo me va a Parigi!”, azzarda Filippo. “Quello là invece va al Polo Nord!”. Ridiamo, poi lui si fa pensieroso. “Chissà se ci vedono” sussurra dopo un po’. “Non lo so se ci vedono. Noi però salutiamo, così nel caso sapranno che li stiamo guardando”. Mentre alziamo le braccia, però, quelli sono già spariti oltre le colline.

Raggiungiamo la fattoria poco dopo mezzogiorno. Appena svoltata qualche curva, non ancora fuori dal sentiero, ci arriva d’improvviso il suono di campanacci e muggiti. A gennaio gli animali restano la maggior parte del tempo al riparo nelle stalle, ma trascorrono le ore più calde del giorno all’aperto, mentre i loro giacigli vengono ripuliti. Impossibile non notare subito il gruppo di mucche radunate nell’unico spiazzo soleggiato del recinto. Se ne stanno lì in piedi, immobili, quasi a voler assorbire tutto il calore possibile. Poco distante ci sono delle caprette che saltano intorno a del fieno accatastato in una mangiatoia. Tutta la scena è vigilata dallo sguardo attento dei cani da pastore: due maremmani, bianchissimi e dall’aria giocosa.

Facciamo gli ultimi metri di corsa e in poco tempo siamo fuori dal bosco. Conosco il gestore del posto. È un uomo sulla settantina con i capelli grigi e la pelle perennemente imbrunita dal sole. Lo incontro spesso al caffè vicino alla scuola. È un tipo taciturno ma è un grande appassionato di letteratura spagnola, per questo vedendomi scrivere si è interessato a me e al mio lavoro: io gli consiglio qualche romanzo, lui mi rivela come prevedere che tempo farà studiando le nuvole e il comportamento degli uccelli.

Ora è di spalle, piegato sotto il peso di alcuni attrezzi che sta sistemando, ma appena si accorge della nostra presenza ci viene incontro accogliendoci con un ampio sorriso. Ci abbraccia come se fossimo amici da sempre, con le mani sporche di terra e i vestiti che sanno di fumo. Non deve ricevere molte visite, ogni tanto qualche scolaresca in gita ma esclusivamente durante i mesi di primavera. “C’è un po’ di disordine, scusate”, cerca di giustificarsi mentre sposta delle lamiere che occupano il passaggio. Ricordo lo stesso odore e lo stesso disordine in tutte le fattorie in cui mi fermavo da bambino. “Non ci badiamo, siamo qui per vedere un po’ la campagna”. Mia moglie e mio figlio sono già al recinto degli animali. Le mucche si lasciano accarezzare il ventre e anche i due cani si avvicinano incuriositi in cerca di qualche attenzione.

Intanto il gestore ci apre la porta di casa e senza che glielo chiedessimo taglia tre fette di torta, riempie un bicchiere di panna per Filippo e per noi tira fuori dalla credenza la bottiglia del vinsanto. L’ambiente dentro è molto accogliente, con le mensole occupate da una collezione di vecchi macinini da caffè e la stufa che emana un piacevole tepore. Passiamo qualche ora ascoltando racconti sul lavoro nei campi, storie di animali e di quanto fieno ogni mucca consuma ogni giorno. Fuori, però, le nuvole del pomeriggio cominciano a scendere dalle colline. Si muovono velocemente in un cielo ceruleo che ha già perso la luminosità di questa mattina: prestissimo sarà buio e noi dobbiamo ancora avviarci verso casa. Cogliendo la mia preoccupazione l’anziano gestore si alza dal tavolo, ritira la bottiglia e si offre di darci un passaggio in macchina: “passando dalla statale ci metto meno di dieci minuti a portarvi in paese, non potete mica attraversare il bosco a quest’ora”. Accettiamo di buon grado senza esitare.


Rientriamo che è quasi sera, con le scarpe sporche di fango e tante nuove storie da raccontare. L’aria aperta, la camminata, il sole e il vino ci fanno avvertire il bisogno di andare a dormire presto quest’oggi. Filippo è già in pigiama prima di cena e subito dopo se ne va in camera sua ciondolando. Io provo invece a riprendere il libro che mi aspetta sul comodino ma gli occhi si chiudono ad ogni riga. Guardo l’orologio: sono le dieci. È presto, vorrei almeno terminare il capitolo, ma proprio non riesco a tenere gli occhi aperti per più di qualche secondo. Accanto a me mia moglie dorme già. Sembra che sia davvero arrivato il momento di spegnere la luce. Mi giro su un fianco e lascio che il sonno mi colga.

