NEW YORK, PARK AVENUE
20 FEBBRAIO, ORE 18:00
Mi prometto almeno di conservare sempre il ricordo di questi giorni. Con cura. Il ricordo dell’America, che ti invade come un’onda: incontenibile. Delle strade immense e dei marciapiedi coperti di neve, delle case dai mattoni rossi e i palazzi in vetro, di magnolie a Beacon Street, fiorite nonostante sia pieno inverno. Delle corse affannate, mentre il sole calava sull’East Village, di risa e respiri mancati ad ogni sobbalzo di metropolitana veloce, di un sentimento nato prematuro e abbandonato troppo in fretta. Di Daniel, della sua mano sulla mia spalla, delle sue parole e di quelle che non gli ho detto. Il mio bagaglio allora si riempie di ammissioni mai fatte, di messaggi cancellati e di silenzi. L’America potrebbe anche rassicurare le mie paure, se solo trovassi un po’ di coraggio di lasciarmi dietro il passato.
Nonostante non ne abbia alcuna voglia, prima della mia partenza devo ancora presentarmi ad un appuntamento, organizzato in tutta fretta da una persona che non ho mai conosciuto durante il mio lavoro. Si chiama Riccardo e sembra voglia vedermi con una certa urgenza: lo incontrerò all’incrocio tra la 57 Strada e Park Avenue, dove c’è un bar dalle tende rosse che serve caffè vietnamita.
Ad attendermi trovo un uomo dal viso gentile, la barba ordinata e una cascata di capelli castani. Riccardo ha l’accento italiano e quando ride, ride la città intera. Mi riconosce ancora prima di entrare nel locale e mi saluta con il calore di un vecchio amico.
“Io e Daniel passavamo qui le nostre serate, ad ascoltare Jazz fino a tardi. Amavamo seguire con meticolosità le nostre abitudini e oramai conosciamo tutti gli artisti che suonano qui”.
Sono stanca e non so cosa rispondere, lui però continua a sorridere dietro al suo bicchiere di vino rosso. Solo ora mi accorgo che tra le mani stringe alcuni fogli arrotolati. “Qualcuno doveva solo mettere un po’ di pace tra quei due, con le giuste parole”. Sembra non curarsi del mio imbarazzo. “Tieni, e vanne fiera. Hai fatto davvero un ottimo lavoro, come c’era da aspettarsi”. Lasciandosi andare in una vigorosa risata, lascia che i fogli scivolino sul tavolo, aprendosi disordinatamente ma rivelando il proprio contenuto: il contratto, firmato dall’amministratore delegato, mi si para davanti agli occhi come un’apparizione improvvisa.
“Ma come è possibile… chi… chi sono quei due? ”.
“Beh, Daniel e quel burbero di suo zio!”.
“Continuo a non capire, cosa c’entra Daniel?”.
“Allora non te lo ha ancora detto… Daniel è il nipote del Signor Tracy, l’amministratore delegato. È solo che non lo vuole far sapere a tutti i suoi colleghi, sai… e gli ostacoli erano solo dovuti al fatto che tra voi due c’era… come dire… beh, c’era qualcosa di strano. Non voleva avere problemi… Ma ora che si è risolto tutto puoi tornare a casa con un vero successo tra le mani”.
Riccardo mi lascia incredula nel mio silenzio. Posso sentirlo uscire sebbene mi manchi anche solo la forza di voltarmi e ringraziarlo o assalirlo di domande. Mi siedo cercando di rimettere ordine tra i miei pensieri. È stato davvero il viaggio più strano di sempre: non riesco a credere che tra qualche ora devo tornare.
All’aeroporto arrivo con mezz’ora di anticipo. Nella tarda serata le strade che attraversano il Queens sono ormai quasi deserte: sembra una città fantasma, mentre le luci di Manhattan ti esplodono alle spalle come un enorme fuoco d’artificio nel cielo nero. Mi mancherà davvero tutto questo.
Ancora incredula per quanto mi è accaduto solo qualche ora prima, trascino la mia valigia nera e mi aggiro tra i negozi che vendono libri e souvenir. Non ho mai amato un gran che volare e anche oggi sconto l’agitazione di chi sa che presto dovrà passare una notte in volo.
Mi distraggo bevendo un caffè e guardando la gente passare veloce facendo lo slalom tra bagagli ingombranti. Sono felice per il mio successo, nonostante senta con distinta chiarezza quanto mi manchi qualcosa: ho lasciato spazio al peso del passato, ho fatto la guardia alle mie paure. Tra un’ora esatta lascerò New York, così raccolgo per l’ultima volta le mie cose e muovendomi con la calma di chi può ingannare il tempo mi avvio verso la sala dell’imbarco. Cerco un posto sui divanetti scuri e, per tentare di distrarmi, prendo dalla tasca della borsa il telefono.
Un messaggio non letto e il cuore mi salta fino alla gola:
“Io sono sempre stato innamorato di te. Sempre. Forse l’ho espresso male, forse avrei dovuto dirti la verità fin dall’inizio – ma tant’è. Questo sono io, e tu sei speciale: avrai quello per cui sei nata. Ora, però, vorrei solo che tu restassi. Insieme a me”.
Mentre si aprono le porte che mi devono riportare tra i cieli d’Europa guardo i grandi finestroni dell’aeroporto. Le luci di Manhattan illuminano la notte come una moderna stella cometa: non è poi così lontano il sogno.
Dopo tutto, non si sceglie d’amare. S’ama.
