NEW YORK, BROOKLYN
29 GENNAIO, ORE 19:30
“Se atterri a gennaio, New York non ricorda il sogno americano di Hollywood, tutta neve e aria fredda. La terapia migliore per la rabbia che ti brucia dentro”.

“No. Non ci credo. Non ci sto. Scusami Daniel. Tu lo sai, eri lì. Non ho mai fatto una presentazione migliore, era tutto perfetto. Alla fine mi hanno chiamata loro e sono mesi che mi preparo. Non ho sbagliato niente… li hai visti? È impossibile che all’ultimo momento abbiano cambiato idea”.

Daniel stringe tra le mani il bicchiere di birra. Guarda in basso senza alzare gli occhi dal bancone. Nel locale alcuni ebrei stavano chiacchierando ad alta voce, mentre un gruppo di Marines studiava da lontano alcune ragazze dai capelli colorati: blu, verdi, rosa. A ben vedere c’era tutta l’America tra quelle mura.
“Non te la prendere, non è colpa tua Carolina. Sei stata brava”.
Per fortuna i capelli sciolti mi coprono il viso, posso sentire le mie guance rosse per il freddo o la concitazione, e un poco me ne vergogno.
“Se scelgono qualcun altro dovrò rientrare a casa, capisci? Sono appena arrivata… non voglio tornare subito indietro. Mi piace qui”.
“Rimani, allora. No? In America”. Solo allora Daniel alza gli occhi, sorride e si mangia le unghie. Intorno dischi appesi ovunque, nonostante quella sera non suonasse alcuna musica. Ma il silenzio avvolge più di ogni altro rumore, tradisce qualsiasi incertezza.
“Daniel, sai qualcosa? Ti prego di dirmelo. Sei strano. Cioè, ti ho incontrato oggi per la prima volta ma posso dire che sei strano”.

Ricordo che non mi aveva colpita, New York, la prima volta che ci ero stata, solo qualche anno prima. Troppa confusione e troppo rumore, da non sapere più in che direzione guardare. Eppure quella stessa confusione e quello stesso rumore mi sembrano oggi l’accoglienza più naturale che si possa ricevere. Non voglio rientrare, per nessuna ragione. Non posso accettare che per qualche impensabile motivo il lavoro di mesi sia andato in fumo, soprattutto perché so di non avere sbagliato nulla.


“Va bene, hai vinto. Tanto ho capito che è impossibile tenerti nascosto qualcosa. La tua presentazione è stata perfetta e i prodotti che ci hai portato sono eccellenti, non c’è dubbio. Il problema sono gli altri. I tuoi amici, quelli di cui abbiamo già parlato più volte per telefono, hanno garantito ai nostri ristoranti una fornitura di vino maggiore di quella offerta dalla tua azienda. Lo sai che io non ho potere di scelta, riporto solo quello che mi hanno detto. Mi dispiace. Credimi, vorrei aiutarti”.

È incredibile come in un solo istante il mondo possa crollarti addosso senza darti il tempo di ripararti. Non posso crederci, avevo studiato tutto nei minimi dettagli, il vino della mia azienda avrebbe dovuto sbarcare negli Stati Uniti tra la catena dei ristoranti di lusso più di moda, e ora scopro che qualcun altro è arrivato prima di me. Mi sento impotente, frastornata. La rabbia di qualche secondo prima si trasforma in una sorta di panico. Che faccio, ora, qui?

La cameriera sudamericana, dietro al bancone di finto legno, sta riempiendo con le mani un sacchetto di patatine fritte, avvolgendole in una pagina di giornale strappata. La gente intorno continua a chiacchierare e a bere, anche Daniel sta dicendo qualcosa ma mi accorgo di non riuscire più ad ascoltare niente. È meglio che rientri in albergo, in un attimo realizzo tutta la stanchezza di mesi di lavoro.


Vista da Broadway New York ha tutto un altro carattere. Le strade trafficate, le porte dei negozi sempre aperte per far scorrere un torrente di persone pronte a mescolarsi e perdersi tra quell’altra folla fatta di grattacieli. Un secondo e tutto cambia, perché tutto è appeso a un filo e per questo sembra inutile affezionarsi a qualcosa. È l’America a cui il cinema ci ha abituato, dei sogni di passaggio e delle luci che illuminano la stanza anche quando le finestre sono tutte chiuse. L’America che ti gira la testa solo a guardarla, che non ti lascia dormire. Travolgente. Eppure devo cercare di riposarmi e domani fare di tutto per sistemare le cose.
Appena chiusi gli occhi, un leggero bagliore li costringe a riaprirsi. Questa volta non arriva da fuori ma dal computer dimenticato aperto sopra il letto: un messaggio. Sarà qualcuno da casa, anche se mi sembra di aver avvisato proprio tutti. Mentre cerco gli occhiali finiti chissà dove, intravedo il nome del mittente e un fremito mi sorprende attraversandomi il corpo: Daniel.

Realizzo che in fondo, inconsciamente, lo speravo e lo aspettavo.
“Dopo tanti scambi di email mi ha fatto piacere conoscerti di persona finalmente. Sbaglierò a dirtelo, forse, ma sembra che tu abbia un’aurea particolare, ed è bella. Fa venire voglia di scoprirti. Come il ferma-capelli che indossavi oggi, il tuo trucco sottile o il tuo modo di parlare con delicatezza”.
Non saprei contare il numero delle volte che ho riletto il messaggio prima di tentare una risposta. Qualsiasi parola mi sembrava banale e scontata.
“Ha fatto piacere anche a me conoscerti, e ti ringrazio per le belle parole. L’attenzione ai dettagli non è cosa da tutti”. Dannazione, come è possibile che io non riesca a pensare nulla di migliore?
“Devi essere contenta della presentazione e del tuo lavoro. Abbi coraggio e arriva fino in fondo, te lo meriti”.
“Hai ragione sul fatto del coraggio… ”
“Ho ragione sul fatto che te lo meriti”
“Grazie. Sai, mi è passata la rabbia di prima e ti chiedo scusa se sono stata un po’ scontrosa. Solitamente so essere più dolce”. “Non ti credo sul fatto della rabbia, usciamo a mangiare nei prossimi giorni? Così controllo. Il posto lo scelgo io”.
“Va bene, ci conto!”. Intanto sento il cuore che pulsa nelle vene. Sembra scoppiare.
“In amicizia, spero non dia fastidio al tuo fidanzato”.
“Veramente è da un po’ che non ci sentiamo. Ma questa è un’altra storia”. “State insieme e non vi sentite? O sono io che non ho capito un gran che”.
“È tutto molto complicato, difficile da capire anche per me”.
“Beh, un motivo in più per invitarti a cena allora. E poi ci andiamo ad ascoltare della musica. Buonanotte Carolina. A presto”.
Non credo proprio, però, riuscirò a prendere sonno.
