NEW YORK, CONEY ISLAND
15 FEBBRAIO, ORE 11:45

Da bambina, i miei genitori mi portavano a trascorrere i mesi estivi dai nonni, poco distante da Genova. Ogni anno partivamo molto presto, la mattina, con la macchina puntualmente troppo carica. Attraversavamo la Toscana, fino a quando la strada si incastrava tra le montagne verdi e il mare. Qui, a Coney Island invece, la vista si perde tra l’Oceano Atlantico e la catena dei grattaceli di Manhattan, altissimi e snelli.

C’è chi passeggia in lungo e in largo vicino alla spiaggia, con i pantaloni della tuta e il caffè in mano, mentre io e Daniel ce ne stiamo a guardare i vagoni delle vecchie giostre esibirsi in impressionanti giri della morte. Ad ogni discesa, le puntuali grida degli avventori fanno scappare via i gabbiani appollaiati sulla banchina. Passano i giorni e sento di essere sempre più felice qui, e non solo per la svolta che ha preso il mio lavoro.

Ho cercato di tenere fede alla promessa che mi sono fatta quando mi hanno timbrato il passaporto: dare il massimo per realizzare il mio sogno. Così non mi sono arresa. Sbollita la rabbia ho voluto riconsiderare la situazione e non cadere nella tentazione di gettare subito la spugna. Conosco bene la mia concorrenza, so che l’azienda che ha proposto la generosa offerta produce delle ottime etichette, però… come è possibile abbiano potuto garantire una fornitura di quella portata? Non lavorano vigneti più estesi dei nostri, anzi, e per mantenere una certa qualità è praticamente impossibile arrivare a produrre tanti litri all’anno.

Per fortuna sono sempre stata brava nel crearmi buoni contatti e mantenere ottimi rapporti con i vecchi colleghi. Così, è bastato fare qualche telefonata, spiegare la situazione e aspettare. Il difficile è stato quindi rimanere con le mani in mano, ma il mistero non ha tardato a risolversi e nel giro di pochi giorni ho ottenuto la verità che avrebbe dato una sicura svolta agli affari: la qualità promessa dalla concorrenza non è che un imbroglio. Le analisi hanno rilevato la presenza di uve diverse, non dichiarate nei documenti e, c’era da aspettarselo, di bassissima qualità. A questo punto, cosa avrebbe potuto impedirmi di concludere l’accordo?
Poco distante da noi, due ragazzini giocano a baseball; si lanciano la palla, sulla neve, e agitano in aria le mani coperte dal guantone in cuoio. Sono immagini da America migliore, mi dice Daniel a voce bassa.

Si intravede in lontananza un carretto in legno circondato da tanti bambini. Su di esso è intagliata l’effige di un uomo che sorride a 24 carati, cinta dalla scritta “Alex, il migliore”. Un marchio eufemisticamente un po’ pacchiano, sicuramente da megalomani, ma la stranezza è nel chiarore diffuso che sembra circondare il carretto tutto ed il marchio in particolare. Un osservatore attento può asserire senza dubbio che non è luce artificiale, perché nota fasci di luce naturale perfettamente equilibrati attirare lì lo sguardo, quasi fosse voluto. Tante volte la natura crea ciò che neanche le più studiate tecniche renderebbero possibile. Almeno così sembra.

“Il tuo essere determinata mi impressiona, Carolina. Ti troveresti bene qui”.
“Te l’ho detto, come faccio con l’azienda, la casa e… ”.
Ogni parola mi costa uno sforzo, quando l’unica cosa che vorrei è liberarmi del passato e rimanere qui, a parlare per ore. Ci conosciamo da così poco, eppure a volte mi sembra un appuntamento combinato da una vita intera. Non avrei mai creduto che da quella prima riunione non avrei smesso di pensare a questo ragazzo, ai suoi maglioni larghi e al suo modo di pensare. Non mi era mai successo conoscendo qualcuno. Sul sentimento non si ha volontà, per questo vorrei solo essere capace di lasciarmi andare.
“Tu sai essere determinata, io so essere persistente. Sarà una sfida, preparati”.
“Va bene, ma intanto mi devo preparare per la cena di questa sera. Sarà l’ultima occasione per convincere i tuoi capi a firmare finalmente l’accordo”.
“A me basta che resti. Accordo o non accordo”. Sussurra lui poggiandomi piano una mano sulla spalla. E da qualche parte si dovrà pur arrivare, nonostante l’istinto, il sentimento e la ragione parlano lingue diverse.

Per la serata era stato scelto un locale all’ultimo piano di un grattacielo affacciato sulla Quinta Strada: il cuore di Manhattan attraverso cui circola tutto il sangue del traffico della città. Le finestre danno su altre finestre di infiniti edifici che si inseguono fino a che lo sguardo non arriva a tuffarsi nel mezzo dell’Hudson, al di là il New Jersey. Al centro della stanza c’è un grosso tavolo rotondo, in cristallo. Muri viola e lampade accese ovunque.

L’amministratore della Società mi siede di fronte: una cascata di capelli e il fare poco amichevole. Ci sono poi altri membri dell’amministrazione e quattro consiglieri che non smettono di guardarsi tra loro. Daniel, invece, ha preferito non partecipare alla cena. Il mio compito è quello di presentare le qualità del mio vino, di proporre degustazioni insieme ad alcuni piatti che ho scelto e fatto preparare da un amico fidato che lavora da anni a Boston. È arrivato a New York questa mattina, in pullman, dopo che lo chef che avevo contattato ha improvvisamente deciso che non si sarebbe presentato per l’evento.
Per ogni portata, un calice consigliato, per ogni calice, una dettagliata spiegazione di profumi, dettagli e proprietà. Tutto doveva essere perfetto e, mi rallegro, effettivamente lo è. Alla fine della serata i visi sono più distesi, ci si scambia parole di cortesia e non ci si risparmia perfino sui complimenti. I camerieri se ne sono andati e io attendo solo l’approvazione dell’amministratore delegato che se ne sta in disparte a parlare al cellulare. Per tutta la cena non mi ha mai guardata negli occhi.

Eccolo però che si avvicina, mi sorride e mi tende la mano:
“La cena è stata superba e la presentazione impeccabile, come mi aspettavo. Non sono però del tutto convinto. È come se mancasse ancora qualcosa, mi dispiace”.
