PARIGI, LE TUILERIES
4 MARZO, ORE 18:00
Chiunque avesse visto Simon qualche volta soltanto avrebbe facilmente capito che quello era un bravo ragazzo. L’ho pensato anche io, fin da subito: educato, tranquillo, dai modi gentili. Bello perfino. Quello di bravo ragazzo, però, è uno dei ruoli più scomodi che la vita ti possa affidare. Costa pazienza, equilibrio, dedizione assoluta, doveri, talvolta rassegnazione. Mai uno sconto, né possibilità di redenzione. Quando un bravo ragazzo sbaglia, sbaglia per sempre. Non vi è nessuna penitenza che assolva il peccato.
Ricordo a questo proposito l’impressione e la delusione di quando è arrivata la notizia: Simon faceva parte di un’organizzazione segreta che voleva rubare i risultati di una ricerca portata avanti da un gruppo di universitari, soliti riunirsi al Chapelier fou, che avevano trovato il modo di modificare il DNA umano dando vita a corpi perfettamente programmabili dalle vite calcolabili. Un piccolo, insospettabile, sofisticato e talentoso malvivente. È allora che anche le sue poesie sono cominciate a diventare della robetta da scolari annoiati, inventata per confondere le idee. E poi, cominciava a dare anche un certo fastidio lì seduto, tutti i giorni. Per me, almeno per me, continuava però a essere quello che era sempre stato: una rassicurazione. Dopo tutto, era stato tradito. Tradito e ammazzato.

Ancora a più di un mese di distanza, non c’è giorno che riesca a non pensare a lui e alle sue gambe dritte sotto quel lenzuolo bianco, nemmeno oggi mentre mi aggiro tra le bancarelle assolate ai Giardini delle Tuileries. D’altronde, sarebbe difficile il contrario visto che mi porto ancora dietro un braccio ingessato e una collezione di lividi su tutto il corpo. Sono stato fortunato: devo la mia vita a una donna che il 15 gennaio, ormai buio, con i suoi cani aveva svoltato l’angolo della strada dove io ero per terra, quasi incosciente per i calci e per i pugni subiti. I cani, fedeli al loro istinto, hanno abbaiato, la donna ha urlato e dalle finestre e dalle porte ha cominciato ad affacciarsi sempre più gente. Qualcuno ha lanciato contro l’uomo che mi stava colpendo ciò che aveva tra le mani, qualcuno ha chiamato la polizia e io, che non sono mai stato bravo nella lotta, sono riuscito a difendere costole e libro.


Ciò che era successo mi aveva rivelato almeno che non ero del tutto un visionario: c’era un legame tra l’improvvisa morte di Simon e il libro, e io ero rimasto vittima della mia stessa intuizione. Era un legame stretto, che la polizia accorsa sul posto a sirene spiegate non ha trascurato di rinfacciarmi con forza solenne. Dolorante, sporco e malridotto avevo dovuto perfino subire i toni imperativi dell’autorità, che mi rimproverava di non aver fatto il mio dovere consegnando immediatamente quanto avevo trovato. “Ci lasci fare il nostro lavoro”, mi avevano freddato senza possibilità di contraddizione.


Ricomponendo tutti i dettagli, non è stato allora difficile capire cosa fosse successo: il libro non era solo un libro, ma un ammirabile codice stilato tra sottolineature e piccole pieghe. Un manuale indecifrabile a chiunque, sacro a suo modo, con cui il team di ladri e malviventi si scambiava le parole più importanti: quelle che non si potevano dire. Dovevano averci speso davvero lunghissime notti per elaborare un linguaggio così raffinato. Per questo non avrebbe dovuto finire in mani estranee, perché avrebbe lasciato la banda priva del proprio evangeliario di comunicazione e intervento. Erano riusciti a corrompere uno degli studenti artefici della scoperta, che ogni giorno forniva loro quei dati precisi che grandi compagnie assicurative erano disposte a pagare così care. Così aveva confessato, senza nemmeno un battere di ciglia, l’uomo che mi aveva aggredito per la strada, nell’animalesco tentativo di riappropriarsi del proprio certosino lavoro. Fondamentale era stata la descrizione che ero riuscito a elaborare, nonostante il buio e la paura. Quando la polizia lo aveva arrestato, nel suo appartamento aveva trovato ancora le tracce del veleno usato per uccidere Simon. Quello stesso Simon che, logorato dal senso di colpa, aveva alla fine deciso di tirarsi fuori dal gruppo, di abbandonare: era pur sempre stato educato ad essere un bravo ragazzo lui, ma si sa, i bravi ragazzi sono imperdonabili, per loro non c’è sconto di pena.


Naturalmente, tutta questa storia mi ha lasciato un tremendo senso di inquietudine. Sento una vellutata euforia per aver partecipato all’indagine che ha concorso all’arresto di un assassino, ma anche l’oppressione di una angoscia violenta. Cerco di distrarmi, di non rinchiudermi nelle mie ossessive abitudini, di frequentare posti affollati. Sono ormai un paio di settimane che amo venire qui, ai Giardini delle Tuileries. Non faccio nulla di gran che speciale: cammino, osservo, mi rifugio nella città che vive il suo presente ardente. In lontananza, la Senna che scorre e tiene il ritmo dell’andatura dei passanti: dei vecchi che si afferrano il braccio, dei bambini, dei cani che si rincorrono e di tutti gli uomini che scivolano e si assottigliano sui binari dell’orizzonte. È una giornata serena, ci sono anche le bancarelle. Sfoglio un album di vecchi francobolli quando all’improvviso avverto qualcosa di nuovo: un calore che mi brucia nel petto. Un colpo deciso, repentino, breve, una sola nota sorda. Fatale.

La gente intorno si allontana, corre, piange, mentre io non riesco a muovermi. Vorrei andarmene anche io ma sento le ginocchia tremare e piegarsi sotto il peso di un corpo ferito. Mi manca il respiro e anche gli occhi non vogliono più farmi vedere che cosa sta succedendo. La luce si decompone e il mondo, pian piano, sparisce. Sotto i filari di tigli, tra la polvere e il sangue, muoio. Non avevo mai osservato Rue de Rivoli da questa prospettiva.


